Nostalgia è una parola greca. Analizzarla aiuta.
Nòstos è il ritorno. Àlgos è il dolore. La nostalgia è, letteralmente, il dolore del tornare. Romanticamente la vediamo come un ricordo zuccheroso, mentre invece le sue radici affondano nel dolore di non poter tornare più in un posto o una sensazione.
Ci sono due direzioni in cui la mente può proiettare il desiderio di qualcosa che non c’è. La prima è il futuro: si chiama speranza. La seconda è il passato: si chiama nostalgia. Strutturalmente sono speculari. Entrambe sono figlie dell’assenza, si nutrono di tutto quel che manca, costruiscono senso intorno a un vuoto. La differenza è solo la direzione verso cui puntiamo.
Il paradosso è che la speranza è considerata una virtù mentre la nostalgia viene vista come un vizio. Ma è sempre la mancanza che indossa abiti diversi.
La nostalgia è un processo raffinato. Intimamente sentiamo che fa male, ci solletica un po’ troppo e ci lascia i segni sulla pelle. Ed è proprio per le fitte che proviamo che le diamo tanto peso. Il dolore è la verità che si fa carne. Là, dove c’è qualcosa di perduto, ci sentiamo vivi. La nostalgia è un’eredità che certifica qualcosa che c’è stato. La ferita come prova.
Il guaio è quando ci si abitua a vivere nella provincia del presente.
Si apre un vecchio album e subito c’investe l’odore della patina sbiadita e quella luce morbida sulle facce che adesso hanno qualche ruga in più. La gelateria delle vacanze quando s’era piccoli, i cuginetti che adesso sono adulti come noi e se chiudiamo gli occhi sentiamo tra le dita i grumi di salsedine. Il corpo si tende e la gola un po’ si stringe. Ecco, quella sensazione lì non è tristezza pura perché in mezzo c’è del dolce che vorremo metterci in saccoccia e portalo in giro proprio adesso, proprio ora che siamo diventati grandi.
La nostalgia ci relega in un limbo e lo fa piacevolmente.
L’anima che vorrebbe ritornare a casa e questa casa è sempre in un altro posto. La solitudine che ci prende in mezzo alle persone o con l’amante accanto al letto contiene proprio questo: nostalgia, silenzio, la brama di qualcosa che non abbiamo adesso. Forse è per questo che non si riesce a smettere. La destinazione irraggiungibile per definizione e questo tanto luminosa e bella.
Più si vive nel passato, meno ci si forma nel presente e meno presente abbiamo tra le mani più sarà necessario tornare indietro per trovare appigli.
La nemesi della nostalgia non è mica la speranza, ma un presente vissuto in maniera radicata. È il qui. Difficilissimo da fare perché non c’è la seduzione dell’altrove, non c’è la dolcezza d’una vita già vissuta o d’una vita che verrà.
Soluzione? Non cedere alle fantasticherie. Darsi delle regole quando si decide di aprire gli scatoloni dei ricordi. Come nel frammento #3: il passato va guardato da lontano, con l’occhio del chirurgo per prender solo ciò che torna utile.
Attenzione a scivolare.