L’Amore che germoglia e mette le radici in un terreno che si pensava secco, inaridito dai venti del passato. L’Amore che s’innaffia con il tempo e la saliva, con i baci nella notte tra le luci spente e le lenzuola stropicciate.
L’Amore delicato e forte, pizzico costante sulla pelle che non dà prurito; l’Amore che non si vuol grattare via e che somiglia a mille formichine che fanno le carezze. L’Amore naturale, quieto, l’Amore che distende l’anima e le corde del carattere. L’Amore che come un direttore nuovo dà all’orchestra l’armonia e il ritmo giusto. Non ci sono stonature, non ci sono acuti e sopraffazioni di strumenti smaniosi di urlare a squarciagola. L’Amore fresco come un settembre timido che leva il sudore e l’afa, fa tornare il fiato; respirazione bocca a bocca dalla Vita che per troppo tempo ha preso con la prepotenza.
E viene naturale domandarsi se l’Amore così fatto, se l’Amore in queste vesti sia qualcosa di normale senza esser straordinario nella forma. E viene poi da chiedersi se si debba eliminare la tendenza a volere i fuochi d’artificio a ogni ora d’ogni giorno e capire che due mani strette dalla tenerezza fanno il senso delle cose.
L’Amore che parla sottovoce, l’Amore dolce, l’Amore dalle gote che arrossiscono perché grazie a Dio esiste ancora l’imbarazzo. L’Amore che sminuzza la vergogna con il suo avanzare. Amore che non chiede, Amore che fa di tutto un dono e nulla vuole per diritto o per dovere. L’Amore che bussa sulla porta impolverata d’un cuore chiuso con mandate e chiavistelli, spinoso come un riccio con l’orecchio teso per sentire chi c’è dall’altra parte.
L’Amore che profuma come il prato dell’estate quando arrivano le giostre. Tornare ai quattro anni, stupirsi per le stelle e i fiori, allacciarsi le scarpette e correre, coi polmoni pieni, senza la paura di sbucciarsi le ginocchia.