NOTA 1
Innamorarsi è semplice. Un cuore estraneo è una scappatoia, un rifugio colorato. Sempre. Si è giustificati a bloccarsi nelle indagini interiori perché sull’altare dell’amore ogni sacrificio sembra quello giusto. E quindi il benessere provato sopprime il proprio assecondarsi.
L’amore ha la voce così bella che si dimentica la propria, almeno per un po’.
Appaltare la felicità, metterla in un bel faccino o sulle curve d’una schiena nuda. D’improvviso si hanno solo occhi e cuore; godersi panorami e arcobaleni e nient’altro che ha importanza. La coscienza si zittisce, che sollievo, che sollievo!
Eppure l’interiorità è materia viva. Pulsa sulle pareti dello stomaco, spinge. Urla fino a che non le viene dato ascolto. E allora il bilancino dell’amore prende un’altra piega ed entra in gioco il compromesso. D’improvviso la domanda: quindi cosa fare? Buttare via il giocattolo o creare un senso insieme?
E troppo spesso ci si mette a cercare divertimenti in vetrine nuove.
NOTA 2
Dire che il tempo cura tutto è un’esagerazione, illusione che più in là stesso porterà il coraggio e l’energia. È necessaria la predisposizione all’adattamento. Il tempo scorre e basta e se ne infischia se hai deciso d’aspettarlo in cerca del miracolo.
Cominciare con l’addestramento, dalle cose piccole, dalla polvere, da quel che resta dopo una scottatura. Riconoscersi neonati e mettersi a gattoni per imparar di nuovo a camminare. Non è il tempo che ti rimette in piedi ma l’istinto che ti vuol far correre, anche se presto o tardi sai che si cadrà di nuovo.
Piegare il tempo e plasmarlo in una forma ben precisa. Dare una scadenza chiara alla sofferenza, darsi coordinate per sentire la paura e lo smarrimento; se non basta, sopperire mettendoci l’immaginazione. Reinventarsi, prender slancio. Darsi nuove fondamenta a prescindere da come vanno le lancette perché coi girotondi d’orologio e basta non si costruisce niente.
Allenarsi al mutamento e abbracciare i timori e i dubbi.
Il tempo dalla finestra guarda e sorride con approvazione. È così che deve essere.
NOTA 3
Se le insegui troppo le risposte si nascondono. Bisognerebbe cercare di acciuffare le domande, innamorarsi delle incognite.
Che significa amare una domanda? Non è forse naturale avere a cuore le certezze? Amare le domande significa sapere che a volte le risposte che vogliamo sono scritte in una lingua che non conosciamo ancora. È questa la saggezza, che non viene tutta insieme ma si rivela lentamente.
Chi cerca le risposte troppo in fretta quasi mai è soddisfatto veramente. La verità raffazzonata sazia poco e non appaga. L’amore per le domande precede la soddisfazione per le risposte. Solo amando la tensione, l’irrisolto, il dubbio sottilissimo si può crescere sul serio.
Poi caso frequente e straordinario: le risposte arrivano senza farci caso. Guardarsi indietro e scoprire che sulla strada fatta, coi dubbi e le incertezze, la verità è venuta in fiore. E a quel punto le risposte non saranno solo un premio, ma pezzetti di destino.
Tuffarsi nella Vita con tutte le sue incognite. Le domande che rosicchiano la quiete non sono nemici da sconfiggere ma compagni d’avventura. Abbracciando le domande diventiamo più che semplici cercatori di risposte.
Non temiamo l’irrisolto e amiamo le domande, o almeno prendiamole per mano. Quanta strada si può fare se si guarda l’ignoto in mezzo agli occhi.
NOTA 4
Appena arrivati al mondo non sappiamo cosa sia un permesso. Se c’è un oggetto luccicante lo lecchiamo, tiriamo gonne e tende, scopriamo il rumore del fracasso buttando vasi a terra. La scoperta impertinente è il primo embrione di linguaggio.
Poi i no cominciano a fioccare e s’affaccia una supposizione: volere non basta più. Bisogna chiedere e non prendere. Questo non è tuo e qui non si fa così. Contenimento che gattona e poi si mette a correre.
E poi scopriamo com’è fatto il tempo. L’anno prossimo o dopo i compiti, quando sarai grande. Magari un giorno poi vediamo, resta buono e impara ad aspettare. E quanto dura quest’attesa? Io devo fare capriole e ballare dove voglio. Come si sta fermi?
Nel giardino della vita spuntano regole e divieti. Cosa è giusto e cosa no, se quella cosa è bella o è una scortesia. Cerchiamo gli occhi della mamma quando vorremmo azzannare la dispensa e restiamo con la mano alzata per poter parlare in classe. E insegui il relatore per la tesi e chiedi ferie per l’estate e chiedi all’amore tuo se puoi fare questa cosa.
È finito il tempo dell’avere tutto in bocca. Non siamo più il bambino che rideva dopo una leccata. Adesso siam cresciuti. Adesso ci guardiamo intorno e chiediamo se si può. Siamo così bravi che riusciamo anche a darci una risposta ed è quasi sempre no, pure se non c’è nessuno che ci tiene fermi.
L’età adulta come guerra contro i nostri desideri. Chi ha le armi più affilate? Pazienti e sempre all’erta, non sia mai si possa disturbare. Sottile filo tra colpevolezza e responsabilità.
Ironia: crescendo i nostri desideri si fanno più sensati. La vecchiaia ci salva dalle voglie stupide. Vogliamo cose più essenziali eppure ci trattiamo come quando volevamo pasticciarci il viso con la cioccolata e sapevamo che non era cosa giusta. I desideri evolvono e i divieti interni restano.
Chiudere una storia, cambiare continente, aprirsi un chiosco per non sentire più il trambusto di ogni giorno. Eppure niente, restar fermi. Accumulo di rivoluzioni con un tappo in bocca. A chi dobbiamo chiedere il permesso?
NOTA 5
Basterebbe allungar la mano per acchiappare i sogni, specie quelli grandi. Non si deve mica chiedere, perché i sogni non hanno alcun padrone. Il premio va a chi osa prenderlo. Questione di coraggio.
Se una cosa non si fa non vuol per forza dire che non si debba fare. Se certe cose non esistono è perché tutti aspettano il permesso. Non è questione di difficoltà. È che nessuno mette il naso fuori dalla porta e si continua ad abitare nella casa del timore.
La verità è che non c’è più tempo. Aspettare ancora serve solo ad ammassare dissonanze interne. Quanto si fa grande la spaccatura tra il potenziale e la realtà? I desideri rimandati s’appassiscono. Che terremoto emozionale cambiare identità prima del tramonto. A chi dovresti chiedere?
Ci vuole una filosofia del desiderio, una nuova predisposizione d’animo. Bisognerebbe dire al ragazzino che abbiamo nello stomaco ch’è finito il tempo dei permessi; si può uscire allo scoperto. È arrivato il tempo di fiorire.
Siamo soli. Nessuno può dirci se andare avanti adesso o aspettare altri cinque anni. Il mondo è un disegno piatto coi contorni e basta: chi lo riempie siamo noi. L’universo se ne frega se usi il verde o l’arancione per tinteggiare un prato. A chi bisogna chiedere com’è che si colora?
Tutto ciò che ci sta a cuore ha già un permesso implicito.