BREVIARIO UMANO

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#1 Turisti della propria Vita

Sentirsi fuori posto, fuori luogo. Senza casa, senza un angolo di mondo dove tornare e rilassar le spalle. Turisti della propria vita in cerca dell’appagamento, un sole pallido nascosto tra le nuvole.

E se l’irrequietezza non fosse una colpa, ma solo una tensione? Irrequietezza come sforzo che ci proietta oltre, verso le cose che verranno, verso l’avventura intesa come adventura, ciò che deve ancora accadere.

Bisogna fare un patto con se stessi: non prendersi troppo sul serio, non issare un’identità a bandiera fissa. Chi è ossessionato dalla propria immagine la difende, cura il giardino nel recinto e si perde tutto quello che sta fuori. Il gesto giusto è superarsi.

Sblocca il cellulare, accendi la TV, trova un buffet di identità. Un catalogo di esistenze pronte all’uso. L’errore è scegliere come al mercato e indossare una pelle che sembra proprio nostra. Ma così non si risolve nulla; è solo un cambio di casacca.

L’avventura è l’antidoto all’ipertrofia dell’ego. Capita a tutti, senza bisogno di troppa riflessione. Un viaggio in capo al mondo o anche solo una passeggiata fatta à la flâneur. Basta questo per solleticare nostre parti inesplorate.

Nell’avventura si vive il momento in quanto tale. Il piacere è fine a se stesso, il godimento è fine a se stesso. Un senso immediato d’esistenza, intangibile e profondo. Nell’avventura i confini del tempo si scontornano. Gli orologi smettono d’andare. Un piccolo spicchio d’esistenza separato dal resto della vita.

Nell’avventura c’è tensione e questa tensione è figlia dell’incertezza, del non conoscere. Bisogna uscire dal proprio carapace, dal guscio caldo e protettivo delle sicurezze. Fare qualcosa di diverso, abbandonarsi. Chi va all’avventura non cerca nulla attivamente. Rinuncia a ogni sovranità. Si apre all’ignoto.

A contatto con le possibilità ci si apre alla musica del mondo, si balla con i passi del coraggio, si ride vestiti soltanto di quello che si è.

Così si evita la stagnazione. L’assenza di stimoli è un veleno: si raggiunge un’omeostasi, ci si abitua a quello che si ha e a quello che si è; peggio ancora, ci si crede completi. Nella stasi non si cresce: manca il confronto con l’incertezza del mondo che sta fuori. Oltre il recinto, fare i conti con l’ignoto. Valicare le frontiere della propria identità, spostare il baricentro dalla certezza all’incertezza.

Restando fermi, ci si scolorisce.

Bisogna aprirsi alla varietà. Fare l’amore con il mondo, sedurlo, lasciarsi sedurre. Uscire dalle sbarre sottili del presente, dalla cella della quotidianità. Perché la vita comincia quando succede qualcosa.

Da Marinetti:
“Ogni mattina imponetevi di contraddire il progetto o il programma che la vostra vita passata vi ispira. Fare esattamente il contrario di ciò che il Grande Albergo, il Baedecker, i vostri amici, la temperatura della giornata, il paesaggio, i vostri bagagli, il vostro denaro, le vostre comodità e tutti i vostri gusti vi impongono di fare.”

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La straordinaria capacità di autosabotaggio che la quiete può indurre. Se tutto va bene, trovare il granello fuori posto, pensarci e ingigantirlo. Qual è il confine tra la tranquillità e la noia? E la noia può essere tanto insopportabile da voler appiccare il fuoco dentro una casa arredata con amore?

Come un ratto che si muove a scatti e con la smania di mangiucchiare quel che trova, così il pensiero di chi ha scavalcato le recensioni della quiete e adesso sta seduto in mezzo a niente. Tutto affinché succeda qualcosa. E quando non succede nulla, si è pronti a fabbricare modi per sentire un po’ di calore sulla pelle. Stare così bene e non sentire nulla.

Allora, farsi del male per vedere se c’è ancora del sangue che può venire fuori. Forse siamo fatti più per il dolore che per la tranquillità. Perché la stasi è insopportabile. Il peso del niente non è mica poco.

“Oggi sto bene perché non è successo niente”. Per quanto tempo si può parlare in questo modo?

Andare verso la pozza avvelenata e bere grandi coppe di complicazioni fa sentire vivi in una maniera torbida. L’essere umano è anche un essere torbido.

Alla Nietzsche:
“In tempo di pace il guerriero si scaglia contro se stesso”.

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Il critico interiore è nemico da zittire. Le circostanze esterne non fanno gabbie ed è quel coro stupido di frasi inadeguate a tenere in ostaggio i sogni. Come si risolve tutto questo? Sbattendoci la testa. Prendendo pugni le inferiorità che si hanno dentro.

Ripetizione, costanza. Essere testardi e a tratti pure pazzi. Riuscire a non darsi nessun’altra alternativa, nel modo più assoluto. O si vince o si soccombe, che comunque è meglio che arrendersi allo stare fermi, che comunque è meglio che dondolarsi sull’altalena delle conquiste potenziali. Ogni match si conclude con la crescita e con qualche cicatrice. Quelle si riassorbono e, intanto, il carattere comincia a rafforzarsi. Ripetere e ripetere, ignorando il mondo esterno. Alla fine conquistare, comunque trasformarsi.

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L’inespresso è il carburante dell’infelicità. Chi è infelice vive con il potenziale nelle tasche e non sa come tirarlo fuori.

Nota: il potenziale non sfruttato fa la muffa e ci appesantisce. È un attimo ritrovarsi in giro con la schiena curva, a tenere sulle spalle la coscienza che continua a giudicare.

Irrobustirsi attraverso la libera espressione, allenarsi a dimostrare di essere all’altezza delle proprie aspettative.

Come è difficile andare a letto con i sogni ancora addormentati. Riposa bene solo chi ha esaurito il suo campo del possibile, chi, tra le recinzioni del giorno, ha corso in lungo il largo inseguendo l’aquilone che si chiama felicità.

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Il modo migliore per restare delusi è crearsi delle illusioni. Camminare per le strade di un paese non esiste e non esisterà. C’è una differenza enorme tra l’illudersi e l’immaginare. Illudersi è un appiglio, immaginare un’aspirazione.

Una grossa illusione è aspettarsi un ritorno che sia proporzionale alle azioni che si fanno. Vuol dire che la vita è ingiusta? Vuol dire che la vita è la vita, siamo noi ad appiccicarci le etichette che vogliamo. Come quello che fa bene per aspettarsi il bene in cambio. Con i regali non si acquistano diritti.

Magari qualcosa indietro torna e magari anche di più. Ma non si può sapere prima e non si deve agire per prendere qualcosa. Agire per far sfogare il cuore, perché ce lo dice il coro delle voci che abbiamo nella pancia.

E non sarebbe poi meschino fare proporzioni tra quello che si dona e quello che si prende? Il banco vince sempre. Godersi le carte che si hanno. Magari fare un bluff; continuare a giocare e ricordarselo.

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Realizzare che le realizzazioni nascono per eccesso. Come se a sparar più colpi fiorissero bersagli nuovi. È dunque non si può sapere dal principio dov’è che si deve andare. Il buio da riempire con la luce dell’immaginazione, con la forza della volontà. La serietà è noiosa.

Si è mai visto qualcuno uscire vivo dalla vita? Vivere come se si fosse in uno scatolone pieno di giocattoli e lì dentro stabilire una gerarchia funzionale alla sopravvivenza. Ma ricordarsi di esserci circondati da palline e forme, da orsacchiotti colorati.

Siamo adulti, ma sappiamo fare dei vagiti. Sarebbe una grossa liberazione, in fondo?

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Capovolgere un problema, vederlo di profilo. Sagoma della soluzione.

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Ogni cosa, se vista troppo da vicino, si abbruttisce. A stare naso a naso con la realtà non c’è più spazio per l’immaginazione, non ci sono più i merletti fatti di vorrei e modificazioni. È per questo che coprire un corpo lo rende più attraente.

La bellezza non è mai davvero nuda.

Senza nessun velo, sparisce la barriera sottilissima tra quel che esiste in quanto tale quello che si immagina. La seduzione è fatta con le ombre. Un corpo nudo è solo un corpo; un corpo sotto un velo è un regalo da scartare. L’eccitazione sta nel togliere il nastrino colorato.

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