Dare forma al dolore prendendosela con qualcuno o con qualche cosa. Esternalizzare. Maledire, trovare un colpevole; inventarlo se necessario. Così ci si avvicina alla sopportazione.
Un braccio che parte per colpire ma non trova niente. È così che funzioniamo: se l’anima non sa dove aggrapparsi, subito si sbriciola. Dobbiamo sempre stringere qualcosa.
Quante scuse ci inventiamo per quel che ci succede? Con chi ce la prendiamo quando tutto gira male? Follia è accanirsi contro quel che non possiamo controllare. Il caso, il destino o la sfortuna. Come se la vita avesse orecchie per sentirci quando stiamo a lamentarci.
L’amore funziona allo stesso modo. Il bene che ci portiamo dentro se non trova una boccuccia da riempire s’inventa delle forme. Il cuore, piuttosto che restare fermo a battere, costruisce un amore finto e scricchiolante, ma soddisfacente quanto basta per darsi giustificazioni.
Riempire le mancanze con le proprie predisposizioni. Idealizzare e rassicurarsi. Soffocare la coscienza che ci mette in guardia, che ci fa capire che stiamo esagerando. L’altro come involucro imbottito di speranze che sono solo nostre.